William Burroughs incontra David Bowie, Patti Smith, i Blondie e i Devo. E la “Parola”, il “virus che viene dallo spazio”, quella stessa “Parola”, costante oggetto di destrutturazione, diventa conversazione costruttiva, che descrive il clima socio-culturale di un’epoca e nello stesso momento contribuisce a crearlo. Questa raccolta di interviste esplora i rapporti che l’originalissimo scrittore americano ha intessuto nel corso degli anni con la scena musicale, fino a divenire per molti un punto di riferimento e un’icona.
Non a caso l’eccesso, le droghe, il viaggio psichedelico, ma anche l’alienazione e lo spazio come unico rifugio per la razza umana sono, da trent’anni a questa parte, temi centrali in certe zone musicali. Completano il volume l’intervista di Robert Palmer, per il settimanale «Rolling Stone», che consacrò la fama di Burroughs presso il grande pubblico, e quella del poeta Antonio Veneziani.
Il volume è a cura di Matteo Boscarol e sarà disponibile a partire dal 21 Aprile.
William S. Burroughs (1914–1997) non ha bisogno di presentazioni. Spesso associato al movimento dei beat, assieme a Ginsberg e Kerouac, è probabilmente il più grande innovatore della letteratura in lingua inglese dopo Joyce. Padre spirituale dei movimenti di protesta degli anni Sessanta e figura cult per il movimento punk sul finire dei Settanta, è stato uno sperimentatore totale. La sua arte va estesa a tutti i media a cui si è approcciato, dalla TV al cinema, dalla musica alla pittura, sui quali ha avuto un’influenza profonda e oggi fondamentale per comprenderne i mutamenti.
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